martedì 19 luglio 2016

In ricordo del giudice Paolo Borsellino....

IL GIUDICE PAOLO BORSELLINO… IL CORAGGIO DI CONTINUARE “QUELLA GUERRA” CONSAPEVOLE DELL’ESTREMO SACRIFICIO.


Oggi ricorre l’anniversario dell’attentato mafioso al giudice Paolo Borsellino a Palermo il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a 57 giorni di distanza dall’altro attentato mafioso in cui perse la vita l’amico Giovanni Falcone.
Il giudice Borsellino continuò sulla strada che aveva tracciato insieme al suo amico che già aveva portato a grandi risultati assestando pesanti colpi a Cosa Nostra fin dai tempi del maxi processo alla mafia.
L’amore smisurato per la sua Sicilia e il desiderio di giustizia, libertà e di senso dello Stato, lo portarono quasi a completare il quadro che vedeva nei loschi affari della mafia diretti collegamenti con la politica, le istituzioni dello Stato, l’imprenditoria e l’industria in tutta Italia; tutto questo frutto di anni di lavoro e di indagini purtroppo accompagnate da una lunghissima scia di morte.

Non si fermò il giudice Borsellino! Continuò da solo contro tutti! Abbandonato anche da quello “Stato” a cui dedicò una vita intera e che esortava i giovani siciliani ad amare! Pur sapendo che c’era un auto carica di tritolo in giro per Palermo che attendeva il momento giusto per colpire.
La mafia scelse giorno, ora e luogo con criminale lucidità…
Una strage nel cuore di Palermo destinata a colpire il magistrato siciliano e la sua scorta: con lui muoiono anche cinque poliziotti. Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio, il cui corpo è stato trovato nel giardino di un appartamento al piano terreno dell'edificio), Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Cosina e Claudio Trainama.
Borsellino, proprio come Falcone, conosceva da palermitano ogni sfumatura degli uomini che facevano parte di Cosa Nostra. Ne comprendeva la logica, il codice, le motivazioni, perfino gli sguardi, senza aver bisogno di nessuno che li interpretasse. Un patrimonio che lo rendeva di fatto, insostituibile. E proprio per questo, dopo la morte di Falcone, era il candidato ideale a procuratore capo della nascente procura nazionale antimafia, e quindi a diventare il nemico numero uno di Cosa Nostra.

Dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vivono la madre e la sorella. Antonio Villo, l'unico sopravvissuto della scorta, ma gravemente ferito, racconta quello che successe in quel pomeriggio del 19 luglio 1992.
Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo, esplode al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti. L'attentato è stato compiuto alle 17.00 in punto davanti al civico 19. La deflagrazione, di una violenza inaudita, è stata avvertita in gran parte della città. Quando, sull'eco del boato, hanno cominciato a convergere mezzi delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco e autoambulanze, quanti sono arrivati per primi sul posto non hanno creduto ai propri occhi. L'edificio in cui era diretto il magistrato è sventrato alla base e i segni di lesioni consistenti e infissi divelti fino al quinto piano. Una ventina di automobili che bruciavano, cadaveri e resti umani sull'asfalto.
Ufficialmente nessuno era a conoscenza degli spostamenti di Borsellino, che solo all'ultimo minuto, comunicava ai poliziotti addetti alla vigilanza itinerario e destinazione. La mafia comunque sapeva che Paolo Borsellino, e lo aveva dimostrato in molte occasioni circolando solo per le vie di Palermo, non rinunciava ad un minimo di vita "normale". E sapeva che tra le tappe "obbligate" c'era la vista all'anziana madre.









Sonnino in Azione ha deposto un omaggio floreale alla targa in memoria per i giudici Falcone e Borsellino.





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                                                                                                       -SONNINO IN AZIONE- 

venerdì 15 luglio 2016

Attentato di Nizza la nostra vicinanza e solidarietà al popolo francese…

Attentato di Nizza la nostra vicinanza e solidarietà al popolo francese…

Fratelli? Ma quali fratelli? Non sono nostri fratelli assassini e criminali senza patria ne onore!


Tristezza e sgomento per l’ennesimo attentato terroristico a Nizza che ha colpito la Francia e tutta l’Europa.
Ancora una volta le vittime sono cittadini inermi uomini, donne, bambini, anziani senza distinzioni in una tranquilla serata di festa.
Solo una mente perversa e piena di odio può scagliarsi con un camion a tutta velocità su persone che stanno tranquillamente passeggiando su un lungo mare una sera d’estate.
Ci rattrista però ancora una volta constatare la totale inadeguatezza della politica europea ed internazionale incapace di dare risposte con una classe dirigente così scarsa come poche volte si era mai vista.
Molte le domande, le contraddizioni, le colpe che vedono la polizia, servizi di sicurezza francesi ed europei nel mirino, quando invece questi ultimi agiscono e lavorano sulle direttive imposte dai governi… Linee politiche alquanto discutibili che non garantiscono né sicurezza né integrazione e gli esempi ormai sono purtroppo innumerevoli.
Siamo convinti che non si può prevedere perfettamente l’atto criminale di un “fanatico assassino” che può in ogni modo e in ogni momento disseminare terrore ovunque, come ad esempio qualche settimana fa la strage dei nostri connazionali a Dacca nel Bangladesh; ma questi “mostri” non cadono dalle nubi… Sono cittadini francesi, europei, immessi nel forzato circuito del multiculturalismo e pluralismo che sta fragorosamente fallendo, o forse non è mai esistito ma è sempre stata una “bandiera di comodo” di questi governi così “democratici” e “liberticidi” che arbitrano sulle nostre vite.
Idea, quella “democratica” e della falsa morale, che sta annientando l’Europa dei popoli, delle città, delle tradizioni, della cultura.
Diceva Giorgio Almirante: “Democratico è un aggettivo che non mi convince… e in Parlamento so stare senza cedere ai suggerimenti ed alle false tentazioni della democrazia.”
Un clima di terrore quindi, mescolato al politicamente corretto della fratellanza, dell’uguaglianza e della libertà.
Ci si rifà ogni volta a discorsi di comodo…. Tutti fratelli…Ma quali fratelli???
Questi sono criminali senza patria ne onore che drogati nel fisico e nello spirito commettono le peggiori atrocità.
Noi non consideriamo fratelli coloro che ammazzano, uccidono, sequestrano, sottomettono in nome di una religione che ancora ad oggi non condanna e non prende una plateale posizione e che vede proprio nella “sottomissione” la regola principale del loro credo.
Non ci potrà mai essere dialogo e condivisione se da una parte si vogliono abbattere i muri e dall’altra vengono ricostruiti più spessi ed invalicabili di prima.
Non ci potrà mai essere un dialogo se vediamo che nel quartiere belga di Molenbeek, covo degli attentatori di Parigi, o nella città di Marsiglia, vige l’omertà e l’ostruzionismo da parte della comunità islamica.
Non ci potrà mai essere un dialogo con chi “segretamente” predica e interpreta la propria religione.
Da qui nasce il terrorismo più o meno religioso come quello dell’attentatore di Nizza.


Vicinanza al popolo francese ed un pensiero alle vittime del vile attentato di Nizza. R.I.P.


                                                                                                        -Sonnino in Azione-

lunedì 23 maggio 2016

In ricordo del giudice Giovanni Falcone 23 maggio 1992 - 23 maggio 2016

GIUDICE GIOVANNI FALCONE… AMORE PER LA PROPRIA TERRA E ALTISSIMO SENSO DELLO STATO.








Oggi in occasione della ricorrenza della strage di Capaci in cui perse la vita il giudice Falcone, Sonnino in Azione ha voluto deporre un omaggio floreale ai piedi della lapide posta dall’amministrazione comunale sulla bellissima e colorata colonna presso le autolinee, realizzata da un ragazzo sonninese a ricordo dei giudici Falcone e Borsellino vittime della mafia. Questo è il nostro tributo e ringraziamento ed anche un modo sempre più netto per ribadire a gran voce il nostro NO ad ogni mafia!


                              












“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.”                                       
                                                                  -Giudice Giovanni Falcone-



Il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne assassinato con sua moglie e tre uomini della sua scorta in un barbaro attentato organizzato da Cosa nostra, in cui venne fatto saltare con un grande quantitativo di tritolo il tratto autostradale all’altezza di Capaci al momento del passaggio dei veicoli del giudice e della scorta.
Il giudice Giovanni Falcone impegnato in prima persona alla lotta alla Mafia, aveva scoperto negli anni tutti gli intrecci tra il potere mafioso, politico e imprenditoriale presente in Sicilia ma con legami in tutta Italia ed anche negli Stati Uniti.
Le sue indagini insieme all’amico Paolo Borsellino, anch’egli assassinato qualche mese dopo, portarono alla creazione di un grande pool antimafia con l’obiettivo di colpire duramente e definitivamente l’organizzazione criminale che ormai era estremamente radicata nel tessuto sociale siciliano. Infatti a metà degli anni 80 iniziò il maxi processo che portò in carcere numerosi elementi di spicco della mafia e vennero inflitte 360 condanne.
L’attività del giudice Falcone proseguì arrivando a scoprire legami criminali anche nelle istituzioni dello Stato e nel sistema di alcuni partiti politici.
Continuò instancabilmente pur sapendo di essere nel mirino dell’organizzazione criminale che aveva individuato nel giudice Falcone l’ostacolo da eliminare in modo violento e clamoroso, così da fungere da deterrente per chiunque osasse ostacolare in futuro i loro affari.
L’attentato al giudice Falcone fu l’ultimo di una lunga serie passata negli anni precedenti ma per la prima volta scosse fortemente la Nazione e soprattutto le coscienze dei siciliani che iniziarono a metterci la faccia e coraggiosamente a dire no alla mafia!

ONORE AL GIUDICE FALCONE E AGLI UOMINI DELLA SUA SCORTA!

Esempio di Coraggio, di Libertà, di Senso dello Stato e del Dovere!

NOI NON DIMENTICHIAMO!



                                                                -SONNINO IN AZIONE-


domenica 22 maggio 2016

In ricordo di Giorgio Almirante 22 maggio 1988- 22 maggio 2016


IN RICORDO DI GIORGIO 
ALMIRANTE…ITALIANO 
D'ALTRI TEMPI, IL FARO 
DA SEGUIRE 
NELL’ATTUALE OBLIO POLITICO ITALIANO.







Segretario…. Non tutto è andato perduto nella tempesta…La fiamma eterna è stata custodita e protetta dai cuori puri che ancora ardono! Saranno la speranza e il futuro. Le radici profonde non gelano! GRAZIE!




“La destra o è coraggio o non è, è libertà o non è, è nazione o non è, così vi dico adesso, la destra o è Europa o non è. E vi dico qualcosa di più: l'Europa o va a destra o non si fa.”   
                                                                                            -Giorgio Almirante-


NOI POSSIAMO GUARDARTI NEGLI OCCHI!




                                                                                         


                                                -SONNINO IN AZIONE-

sabato 5 marzo 2016

Generale Reem Hassan Splendido esempio di Donna Coraggio.


REEM HASSAN SPLENDIDO ESEMPIO DI DONNA CORAGGIO.
L'8 MARZO RICORDIAMOCI ANCHE DI LEI!






“E' nelle tribolazioni che è possibile riconoscere l‘essenza della propria Patria”.

Tra pochi giorni sarà l’8 marzo “Festa della Donna”, ricorrenza volta a celebrare le conquiste sociali e politiche delle donne ma anche a ricordare, per far si che mai più avvengano, violenze e soprusi di cui le donne sono state e purtroppo sono ancora oggi vittime.
Andando come nostro solito “controvento”, vogliamo quest’anno focalizzare l’attenzione al sacrificio delle donne nelle zone che stanno vivendo il dramma della guerra in particolare nei territori dove molti e diversi gruppi armati stanno combattendo contro il fondamentalismo islamico dell’Isis, dove anche le donne sono in prima linea dando prova di grande coraggio e spirito di sacrificio al pari degli uomini, senza distinzioni di ideale e di appartenenza.
Vogliamo rendere il giusto tributo a Reem Hassan, donna-coraggio dell’esercito regolare siriano, impegnata nella guerra contro i terroristi dell’Isis che hanno approfittato della destabilizzazione politica del paese, alle prese con una guerra civile dal 2011, per espandere il loro dominio del terrore sul territorio.  
Reem Hassan era siriana, era un soldato; si era arruolata nell’esercito siriano per difendere la sua Patria e la sua gente armi in pugno. Una splendida giovane. Invece di fuggire aveva preferito restare ed affrontare il nemico. Aveva dunque chiuso in un cassetto la sua laurea in letteratura, il suo master in inglese, i suoi quadri e la sua esperienza come presentatrice nella televisione siriana ed era andata a combattere; dimostrando coraggio e determinazione al punto di meritarsi diverse promozioni sul campo, fino a diventare Generale.
Un generale donna, rimasta uccisa mentre guidava in battaglia la sua unità d’assalto a Ziyrah, sulla piana di Al Gahb.
Ha sacrificato sogni, carriera e femminilità nel sacro nome della Patria. A differenza di altre combattenti donne che hanno come lei coraggiosamente imbracciato le armi per combattere l’Isis, del generale Reem Hassan l’opinione pubblica occidentale ha quasi taciuto il suo eroico sacrificio dato che era “arruolata nelle file non politicamente corretto”.
Noi invece diciamo “Amore e coraggio non sono soggetti a processo!” ONORE AL GENERALE REEM HASSAN caduta per la Libertà, per la sua Patria e per il suo Popolo!

SONNINO IN AZIONE

martedì 9 febbraio 2016

10 FEBBRAIO IL GIORNO DEL RICORDO... LE FOIBE E L'ESODO

GRIDAVANO “LIBERTA’ AI POPOLI” INVECE SCARAVENTARONO NELLE FOIBE QUELLA LIBERTA’!

 NON POSSIAMO NON DOBBIAMO, NON VOGLIAMO DIMENTICARE I FRATELLI ITALIANI MASSACRATI DAI GENDARMI ROSSI!



In occasione del Giorno del Ricordo in memoria dei martiri delle foibe, vogliamo pubblicare queste testimonianze di due sopravvissuti miracolosamente alla furia dei criminali di Tito. Racconti toccanti che fanno rabbrividire al solo pensiero di quello che i fratelli italiani dovettero patire nelle terre dell’Istria e della Dalmazia, terre che ancora chiedono giustizia che forse non avranno mai. All’orrore senza fine degli “infoibamenti” continui e sistematici effettuati per lunghi periodi anche dopo la fine del conflitto, si sommarono anche le violenze dei campi di concentramento titini considerati a volte peggio di quelli nazisti (a detta di chi ebbe la sfortuna di provarli entrambi), poi i tribunali di piazza ai danni degli italiani gettati in mezzo a folle impazzite, fino ad arrivare all’esproprio forzato di terre e di case che portarono al triste esodo di 350.000 italiani circa. Non si fecero distinzioni, vennero perseguitati ex fascisti, partigiani, donne, bambini, anziani soprattutto insegnanti, medici e pubblici funzionari e tutte le fasce che culturalmente potevano ricondurre a qualsiasi forma di italianità. Il tutto con la consapevolezza dei partiti nazionali dell’epoca che spesso furono anche accondiscendenti con i criminali rossi.
Fu vera pulizia etnica ed i suoi esecutori a volte anche “italiani” non vennero mai giudicati e condannati, anzi hanno percepito anche la pensione di guerra erogata dall’ INPS per le loro “eroiche gesta” (piccoli miracoli dello stato italiano).
Una triste pagina della nostra storia taciuta colpevolmente e consapevolmente per troppo tempo, contornata da un “depistaggio storico” che ancora oggi in alcuni tratti non permette di fare piena luce su quel massacro ai danni di uomini, donne e bambini che avevano la SOLA COLPA DI ESSERE ITALIANI!

Sonnino in Azione rende Omaggio ai martiri delle foibe. 

NOI NON DIMENTICHIAMO!

NON POSSIAMO!
NON VOGLIAMO!
NON DOBBIAMO DIMENTICARE!


TESTIMONIANZA DELL’ALLORA TENENTE GRAZIANO UDOVISI (miracolosamente sopravvissuto).
Lei aveva solo 19 anni quando è stato sul punto di morire. Se la sente di raccontare la sua storia? "Io non sono stato catturato, ma mi sono presentato direttamente al comando slavo e non per consegnare le armi, perché ero già in borghese. Rientrato con il mio reparto a Pola di notte, nessuno sapeva del mio ritorno, tranne alcuni dei miei compagni. Non sarebbero riusciti mai a trovarmi, ma uno dei miei sottufficiali, parlando con mia madre, disse che gli slavi li stavano cercando dappertutto e chiese se potevo fare qualcosa. Capii che avevo il dovere di presentarmi al comando slavo per dire che avevo mandato la maggioranza dei miei uomini a Trieste. Solo così, forse, avrebbero smesso di cercarli. Sono intervenuto solo per salvare qualche mio soldato". Ha sortito qualche effetto questo gesto di grande coraggio? “Assolutamente no. Però, ringraziando Iddio, mi sono salvato sia io che il mio amico presentatosi con me. Lui, essendo stato considerato regnicolo, quindi abitante del Regno d'Italia, era stato mandato in un campo di concentramento e per cercare di mantenere buoni i contatti con l’Italia lo hanno considerato prigioniero di guerra, mentre per quel che mi riguarda mi hanno considerato un traditore, perché ufficiale”. Che sentimento è rimasto in lei dopo quella tragica storia? “L'amaro in bocca, anche perché l'Italia ha fatto ben poco. Certo gli slavi potevano ammazzarci in altro modo. Per quale motivo le foibe? Avevano forse cercato di cancellare le loro tracce, nascondendo i corpi martoriati nelle fenditure rocciose". E poi che è successo? "Ad un certo punto ci hanno prelevati in sei e portati in un'altra stanza per torturarci tutta la notte. Dopo mezz'ora non sentivo più nulla, avrebbero potuto anche tagliarmi a pezzettini, ma non me ne sarei reso conto. Ormai il corpo non rispondeva più ai riflessi, era inerme, e quando a un certo momento mi hanno ordinato di alzarmi in piedi, ho cercato di guardarmi intorno: il mio volto era talmente tumefatto, livido e gonfio che vedevo a malapena da due piccole e lunghe fessure degli occhi, dovevo avere la testa rovinata. Ricordo di aver visto un mio compagno di fronte a me, la cui schiena era completamente rossa e mi chiesi per quale motivo lo avessero dipinto di quel colore, invece era tutto il sangue che stava uscendo dalle innumerevoli ferite. Se lui era ridotto in quel modo, se gli altri erano così, allora anch'io ero in quelle condizioni, ma non me ne rendevo conto. E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due ufficiali, un uomo e una donna, la quale disse che il più alto doveva stare davanti alla fila. Nessuno si mosse, allora questo ufficiale mi prese per i capelli, mi strattonò spingendone davanti a lei, la quale senza dire una parola mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola. Mi misero alla testa della fila perché ero ufficiale, gli altri erano dietro, ma l'ultimo non ce la faceva a stare in piedi. Forse perché lo avevano massacrato più degli altri, forse perché più debole, non so. Sin dal primo momento di prigionia ci avevano legato le mani dietro la schiena col fil di ferro, per non slegarcele mai più, neanche durante le torture. Si può facilmente immaginare come quei maledetti fili taglienti avessero solcato la carne dei polsi e come continuavano a incidere sulle ferite al minimo movimento. Poi ci misero in fila e ci portarono fuori seminudi, senza scarpe: forse il fresco della notte ha fatto in modo che capissi qualcosa di più, in quanto la testa era completamente imbambolata, il cervello funzionava relativamente. A quel punto altri soldati, ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano torturato. Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda d'accordo con loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi. Ci hanno disposti in fila l'uno dietro all'altro, sempre con le mani dietro la schiena e ulteriormente legati insieme tramite un filo di ferro che scorreva sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta, fino ad arrivare all'ultimo che, non avendo la forza di stare in piedi, essendo svenuto a terra, era stato legato non al braccio, ma intorno al collo. Ricordo di aver sentito suggerire da due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto, di legarlo attorno al collo. Sicuramente durante il tragitto l'ultimo è morto soffocato dal filo che ci legava l'un l'altro. Abbiamo camminato per un viottolo, non so per quanto tempo, ero distrutto e il fil di ferro che mi univa ai compagni era una tortura. Appena riuscii a farlo scorrere leggermente lungo il braccio, fino al polso, mi sembrò un sollievo; in quel momento sono scivolato e caduto. Immediatamente mi è arrivata una botta con il calcio di una mitragliatrice al rene destro. A causa di ciò ho subito tre operazioni al rene, che da quel momento ha sempre prodotto calcoli". Quante altre conseguenze ha avuto?  "Tante. Non solo sono stato leso in modo tale da essere sordo all'orecchio sinistro e al destro ci sento per metà. Ma dal tragitto di trasferimento da Pola fino a Fianona me ne hanno fatte di tutti i colori, mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle orecchie, si divertivano tanto a vederci sobbalzare. Mi hanno accompagnato verso un posto e ci hanno detto: "Fermatevi. La liberazione è vicina". Dentro di me ho mandato un pensiero al Cielo. Ho guardato dentro alla foiba, ma non vedevo niente, perché era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro. Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro urlaccio di guerra mi sono buttato subito dentro come se questa foiba rappresentasse per me un'ancora di salvezza. Dopo un volo di 15-20 metri, non lo so, sono piombato dentro l'acqua. Venivo trascinato sempre più giù e mi dimenavo con tutta la poca forza rimasta in corpo. Ad un certo momento, non so perché, sono riuscito a liberarmi una mano. Ho immediatamente nuotato verso l'alto e ho toccato una zolla con dell'erba, era in realtà una testa con dei capelli. L' ho afferrata e tirata in modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire, ringraziando Iddio. Ho salvato un fratello". Questa persona dov'è ora? "E’ andata in Australia, e purtroppo è morta, però ha lasciato la sua testimonianza. Ha lasciato l'Italia, non trovava lavoro, non trovava più pace. Ha sofferto per la lontananza dalla sua terra e per la tortura subita".

DAI DIARI DI MAFALDA CODAN VENNE ARRESTATA A TRIESTE DOVE SI ERA RIFUGIATA NEL MAGGIO DEL 1945.
Anche il padre e gli zii della giovane donna, commercianti e possidenti, erano stati arrestati e infoibati in Istria nell'autunno del 1943.

Il 7 maggio 1945 [...] prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si rallegrano dell'orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli. Vestita come sono, senza poter più né entrare in casa né salutare la mamma, devo seguirli. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina.[...] Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. [...] A Santa Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie torture per ricordarle il martirio della sua Norma. La signora, nonostante le severe intimazioni, si rifiuta di uscire, la trascinano a forza sulla porta e, appena mi vede in quelle condizioni, cade a terra svenuta. [...]
Siamo arrivati davanti a casa mia. [...] Si raduna subito una folla scalmanata e urlante: il tribunale del popolo. Stoinich tira fuori un foglio e comincia a leggere le accuse: infondate, non vere, testimonianze false, imposte. Vedo i miei coloni e molte persone aiutate e mantenute gratis da mio padre. Non posso credere ai miei occhi, sono gli stessi che prima "veneravano" la mia famiglia e si consideravano amici, ora sono qui per condannarmi e gridare "a morte". Sono diventati tutti un gregge di pecore, fanno ciò che è stato loro imposto di fare, ora seguono chi comanda, chi promette loro la spartizione delle terre dei padroni. Non posso stare zitta, urlo anch'io, non posso puntare il dito contro quelle bestie mostruose solamente perché ho le mani legate, li chiamo allora per nome, li accuso della morte dei miei cari, dei furti commessi, dei soprusi, dei debiti mai pagati...  e da accusata divento accusatrice. [...] Nell'ex dopolavoro mi attendono tre donne. Mi legano a una colonna in mezzo alla sala, a sinistra e a destra mi mettono due bandiere slave con la stella rossa e sopra la testa il ritratto di Tito. È un druze grande e grosso che dà il via al pestaggio. Con tutta la sua forza comincia a percuotermi con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che noti riesco più a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di fissare negli occhi chi mi picchiava. Le sevizie continuano, le donne mi colpiscono con grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta le palpebre gonfie, ferite e chiuse: "Apri gli occhi che te li levo" mi grida. [...] Più tardi mi fanno fare il giro del paese legata a una catena come un orso, mi segue un codazzo di bambini divertiti. [...] Arriva un carro, mi fanno salire, fanno correre il cavallo e io devo stare in piedi. Le continue scosse mi fanno cadere e, ogni volta, un colpo di mitra mi rialza. In quelle condizioni giro diversi paesi. [...] A Parenzo mi portano nel piazzale del Castello, ora caserma, dove sono radunati gli uomini. [...] Quello che si scaglia furibondo contro di me è Ziri, un mio ex colono che ha avuto tanto bene da mio padre. Dice di essere felicissimo di vedermi in quelle condizioni e spera che tutta la famiglia sia distrutta per essere lui il padrone dei nostri campi.
[Nel castello di Pisino] Tutte le notti, un partigiano dalla faccia cupa e torva, entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti sono attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo [il fratello diciassettenne, detenuto e torturato nel medesimo carcere] e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. [...] Una notte la porta si apre e subito mi assale il terrore, questa volta sul foglio c'è anche il mio nome. [...] Io vengo legata braccio a braccio con una giovane incinta. Ci conducono sullo spiazzo del castello dove ci attendono due camion già pieni di prigionieri, con i motori accesi. Ci caricano sul secondo, chiudono le sponde e vien dato l'ordine di partire. In quell'istante arriva di corsa un ufficiale con un foglio in mano e grida: "Alt! Mafalda Codan giù". Mi sento mancare, tremo tutta […]. Il capo mi prende per un braccio, mi accompagna in una casetta di fronte al carcere, mi getta in una stanza buia e mi chiude dentro. [...] Al mattino gli aguzzini tornano felici di aver ucciso tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova "residenza" e mi chiede: "Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare" […].
Una mattina un druze mi accompagna al Comando. Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due uomini dall'apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l'uniforme, l'altro è in borghese. "Hai visite" mi dicono, aprono una porta ed entrano quattro donne scalmanate. "Come? E' ancora viva?" chiedono arrabbiate. "Perché non è "partita" con gli altri? ". Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo proibiscono. Mi accusano di cose inaudite e allora urlo anch'io e, anche questa volta, da accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il calvario della mia famiglia iniziato con l'occupazione slavo-comunista del settembre 1943. Ho annotato tutto nei minimi particolari, ore, giorno, mese, avvenimenti, parole dette, tutto [...] e completato con fotografie, documenti importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non si possono negare, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora racconto ai giudici tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di essere innocente, non ho paura di nessuno. [...] Da quell'istante la mia vita cambia. I due capi hanno capito che non ho fatto niente di male. [...] Riacquisto subito la semilibertà, giro da sola senza la scorta di guardie armate e divento la donna di servizio della moglie di Milenko, uno dei capi. È un giovane dalmata, laureato in legge, parla abbastanza bene l'italiano e il francese ed è molto umano. [...] Mangio con loro e, alla sera, ritorno in prigione. Mi trattano umanamente, ma tra noi rimane pur sempre uri rapporto schiavo-padrone. [...] Potrei scappare ogni giorno, ma i miei principi e la parola d'onore data, mi impediscono di farlo. Per nessuna cosa al mondo tradirci la fiducia delle persone che hanno creduto in me. E intanto, pian piano, il grigio sconforto che mi aveva colmato il cuore e la mente negli ultimi mesi, comincia a dissiparsi.


                                                                                 -SONNINO IN AZIONE-















lunedì 8 febbraio 2016

PAOLO DI NELLA PRESENTE!!!



 PAOLO DI NELLA... ANCORA QUI TRA NOI!



CHI LOTTO' PER L'IDEALE NON SARA' MAI DIMENTICATO!



Il 9 febbraio 1983 moriva dopo un agonia di 7 giorni Paolo Di Nella, aggredito alle spalle mentre affiggeva dei manifesti nel quartiere Trieste-Salario a Roma, venne colpito brutalmente alla testa entrando in coma irreversibile.

Una stagione di violenza e sangue per odio politico in Italia che già aveva portato via con se troppe giovani vite da una parte e dall'altra.

Il vile omicidio di Paolo Di Nella segnò la fine di queste tragedie a sfondo politico, dopo i grandi fallimenti delle istituzioni e dello Stato che anche nel passato si erano resi incapaci di gestire queste violenze e di condannarne i responsabili. Dopo questa ennesima tragedia finalmente, anche il mondo politico in modo trasversale da destra a sinistra, cominciò a rendersi conto che per fermare questo odio ideologico serviva una presa di posizione netta soprattutto verso i giovani per non far più considerare loro l'avversario politico come "un nemico da abbattere". 

Paolo Di Nella divenne uno dei simboli di quella generazione giovanile di destra che di lì a poco si impose con i suoi ideali e le sue tradizioni nella scena politica nazionale.


PAOLO DI NELLA PRESENTE!


ONORE A PAOLO DI NELLA! DA CHI E' ANCORA QUI A DIFENDERE QUELLE RADICI CHE NON GELERANNO MAI!






-SONNINO IN AZIONE-