IL GIUDICE PAOLO
BORSELLINO… IL CORAGGIO DI CONTINUARE “QUELLA GUERRA” CONSAPEVOLE DELL’ESTREMO
SACRIFICIO.
Oggi ricorre
l’anniversario dell’attentato mafioso al giudice Paolo Borsellino a Palermo il
19 luglio 1992 in via D’Amelio, a 57 giorni di distanza dall’altro attentato
mafioso in cui perse la vita l’amico Giovanni Falcone.
Il giudice Borsellino
continuò sulla strada che aveva tracciato insieme al suo amico che già aveva
portato a grandi risultati assestando pesanti colpi a Cosa Nostra fin dai tempi
del maxi processo alla mafia.
L’amore smisurato per la
sua Sicilia e il desiderio di giustizia, libertà e di senso dello Stato, lo
portarono quasi a completare il quadro che vedeva nei loschi affari della mafia
diretti collegamenti con la politica, le istituzioni dello Stato,
l’imprenditoria e l’industria in tutta Italia; tutto questo frutto di anni di
lavoro e di indagini purtroppo accompagnate da una lunghissima scia di morte.
Non si fermò il giudice
Borsellino! Continuò da solo contro tutti! Abbandonato anche da quello “Stato”
a cui dedicò una vita intera e che esortava i giovani siciliani ad amare! Pur
sapendo che c’era un auto carica di tritolo in giro per Palermo che attendeva
il momento giusto per colpire.
La mafia scelse giorno,
ora e luogo con criminale lucidità…
Una strage nel cuore di
Palermo destinata a colpire il magistrato siciliano e la sua scorta: con lui
muoiono anche cinque poliziotti. Emanuela Loi (prima donna della Polizia di
Stato caduta in servizio, il cui corpo è stato trovato nel giardino di un
appartamento al piano terreno dell'edificio), Agostino Catalano, Vincenzo
Limuli, Walter Cosina e Claudio Trainama.
Borsellino, proprio come
Falcone, conosceva da palermitano ogni sfumatura degli uomini che facevano
parte di Cosa Nostra. Ne comprendeva la logica, il codice, le motivazioni,
perfino gli sguardi, senza aver bisogno di nessuno che li interpretasse. Un
patrimonio che lo rendeva di fatto, insostituibile. E proprio per questo, dopo
la morte di Falcone, era il candidato ideale a procuratore capo della nascente
procura nazionale antimafia, e quindi a diventare il nemico numero uno di Cosa
Nostra.
Dopo aver pranzato a
Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino
si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vivono la madre e la
sorella. Antonio Villo, l'unico sopravvissuto della scorta, ma gravemente
ferito, racconta quello che successe in quel pomeriggio del 19 luglio 1992.
Una Fiat 126 parcheggiata
nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo,
esplode al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i
cinque agenti. L'attentato è stato compiuto alle 17.00 in punto davanti al
civico 19. La deflagrazione, di una violenza inaudita, è stata avvertita in
gran parte della città. Quando, sull'eco del boato, hanno cominciato a
convergere mezzi delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco e autoambulanze,
quanti sono arrivati per primi sul posto non hanno creduto ai propri occhi.
L'edificio in cui era diretto il magistrato è sventrato alla base e i segni di
lesioni consistenti e infissi divelti fino al quinto piano. Una ventina di
automobili che bruciavano, cadaveri e resti umani sull'asfalto.
Ufficialmente nessuno era
a conoscenza degli spostamenti di Borsellino, che solo all'ultimo minuto,
comunicava ai poliziotti addetti alla vigilanza itinerario e destinazione. La
mafia comunque sapeva che Paolo Borsellino, e lo aveva dimostrato in molte
occasioni circolando solo per le vie di Palermo, non rinunciava ad un minimo di
vita "normale". E sapeva che tra le tappe "obbligate" c'era
la vista all'anziana madre.
Attentato
di Nizza la nostra vicinanza e solidarietà al popolo francese…
Fratelli?
Ma quali fratelli? Non sono nostri fratelli assassini e criminali senza patria
ne onore!
Tristezza
e sgomento per l’ennesimo attentato terroristico a Nizza che ha colpito la
Francia e tutta l’Europa.
Ancora
una volta le vittime sono cittadini inermi uomini, donne, bambini, anziani
senza distinzioni in una tranquilla serata di festa.
Solo
una mente perversa e piena di odio può scagliarsi con un camion a tutta
velocità su persone che stanno tranquillamente passeggiando su un lungo mare
una sera d’estate.
Ci
rattrista però ancora una volta constatare la totale inadeguatezza della politica
europea ed internazionale incapace di dare risposte con una classe dirigente
così scarsa come poche volte si era mai vista.
Molte
le domande, le contraddizioni, le colpe che vedono la polizia, servizi di
sicurezza francesi ed europei nel mirino, quando invece questi ultimi agiscono e
lavorano sulle direttive imposte dai governi… Linee politiche alquanto
discutibili che non garantiscono né sicurezza né integrazione e gli esempi
ormai sono purtroppo innumerevoli.
Siamo
convinti che non si può prevedere perfettamente l’atto criminale di un “fanatico
assassino” che può in ogni modo e in ogni momento disseminare terrore ovunque,
come ad esempio qualche settimana fa la strage dei nostri connazionali a Dacca
nel Bangladesh; ma questi “mostri” non cadono dalle nubi… Sono cittadini
francesi, europei, immessi nel forzato circuito del multiculturalismo e pluralismo
che sta fragorosamente fallendo, o forse non è mai esistito ma è sempre stata
una “bandiera di comodo” di questi governi così “democratici” e “liberticidi”
che arbitrano sulle nostre vite.
Idea,
quella “democratica” e della falsa morale, che sta annientando l’Europa dei
popoli, delle città, delle tradizioni, della cultura.
Diceva
Giorgio Almirante: “Democratico è un aggettivo che non mi convince… e in
Parlamento so stare senza cedere ai suggerimenti ed alle false tentazioni della
democrazia.”
Un
clima di terrore quindi, mescolato al politicamente corretto della fratellanza,
dell’uguaglianza e della libertà.
Ci
si rifà ogni volta a discorsi di comodo…. Tutti fratelli…Ma quali fratelli???
Questi
sono criminali senza patria ne onore che drogati nel fisico e nello spirito
commettono le peggiori atrocità.
Noi
non consideriamo fratelli coloro che ammazzano, uccidono, sequestrano,
sottomettono in nome di una religione che ancora ad oggi non condanna e non
prende una plateale posizione e che vede proprio nella “sottomissione” la
regola principale del loro credo.
Non
ci potrà mai essere dialogo e condivisione se da una parte si vogliono
abbattere i muri e dall’altra vengono ricostruiti più spessi ed invalicabili di
prima.
Non
ci potrà mai essere un dialogo se vediamo che nel quartiere belga di Molenbeek,
covo degli attentatori di Parigi, o nella città di Marsiglia, vige l’omertà e l’ostruzionismo
da parte della comunità islamica.
Non
ci potrà mai essere un dialogo con chi “segretamente” predica e interpreta la
propria religione.
Da
qui nasce il terrorismo più o meno religioso come quello dell’attentatore di
Nizza.
Vicinanza
al popolo francese ed un pensiero alle vittime del vile attentato di Nizza.
R.I.P.
GIUDICE GIOVANNI FALCONE… AMORE PER LA PROPRIA TERRA E
ALTISSIMO SENSO DELLO STATO.
Oggi in occasione della ricorrenza della strage di
Capaci in cui perse la vita il giudice Falcone, Sonnino in Azione ha voluto deporre
un omaggio floreale ai piedi della lapide posta dall’amministrazione comunale sulla
bellissima e colorata colonna presso le autolinee, realizzata da un ragazzo
sonninese a ricordo dei giudici Falcone e Borsellino vittime della mafia.
Questo è il nostro tributo e ringraziamento ed anche un modo sempre più netto
per ribadire a gran voce il nostro NO ad ogni mafia!
“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano
e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto,
bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e
che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando
in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.”
-Giudice
Giovanni Falcone-
Il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne
assassinato con sua moglie e tre uomini della sua scorta in un barbaro
attentato organizzato da Cosa nostra, in cui venne fatto saltare con un grande
quantitativo di tritolo il tratto autostradale all’altezza di Capaci al momento
del passaggio dei veicoli del giudice e della scorta.
Il giudice Giovanni Falcone impegnato in prima persona
alla lotta alla Mafia, aveva scoperto negli anni tutti gli intrecci tra il
potere mafioso, politico e imprenditoriale presente in Sicilia ma con legami in
tutta Italia ed anche negli Stati Uniti.
Le sue indagini insieme all’amico Paolo Borsellino,
anch’egli assassinato qualche mese dopo, portarono alla creazione di un grande
pool antimafia con l’obiettivo di colpire duramente e definitivamente
l’organizzazione criminale che ormai era estremamente radicata nel tessuto
sociale siciliano. Infatti a metà degli anni 80 iniziò il maxi processo che
portò in carcere numerosi elementi di spicco della mafia e vennero inflitte 360
condanne.
L’attività del giudice Falcone proseguì arrivando a
scoprire legami criminali anche nelle istituzioni dello Stato e nel sistema di
alcuni partiti politici.
Continuò instancabilmente pur sapendo di essere nel
mirino dell’organizzazione criminale che aveva individuato nel giudice Falcone
l’ostacolo da eliminare in modo violento e clamoroso, così da fungere da
deterrente per chiunque osasse ostacolare in futuro i loro affari.
L’attentato al giudice Falcone fu l’ultimo di una
lunga serie passata negli anni precedenti ma per la prima volta scosse
fortemente la Nazione e soprattutto le coscienze dei siciliani che iniziarono a
metterci la faccia e coraggiosamente a dire no alla mafia!
ONORE AL GIUDICE FALCONE E AGLI UOMINI DELLA SUA
SCORTA!
Esempio di Coraggio, di Libertà, di Senso dello Stato
e del Dovere!
Segretario…. Non tutto è andato perduto nella tempesta…La
fiamma eterna è stata custodita e protetta dai cuori puri che ancora ardono! Saranno
la speranza e il futuro. Le radici profonde non gelano! GRAZIE!
“La destra o è coraggio o non è, è libertà o non è, è
nazione o non è, così vi dico adesso, la destra o è Europa o non è. E vi dico
qualcosa di più: l'Europa o va a destra o non si fa.”
“E' nelle tribolazioni che è possibile riconoscere l‘essenza della propria Patria”.
Tra pochi giorni sarà l’8 marzo “Festa
della Donna”, ricorrenza volta a celebrare le conquiste sociali e politiche delle
donne ma anche a ricordare, per far si che mai più avvengano, violenze e
soprusi di cui le donne sono state e purtroppo sono ancora oggi vittime.
Andando come nostro solito “controvento”,
vogliamo quest’anno focalizzare l’attenzione al sacrificio delle donne nelle
zone che stanno vivendo il dramma della guerra in particolare nei territori
dove molti e diversi gruppi armati stanno combattendo contro il fondamentalismo
islamico dell’Isis, dove anche le donne sono in prima linea dando prova di
grande coraggio e spirito di sacrificio al pari degli uomini, senza distinzioni
di ideale e di appartenenza.
Vogliamo rendere il giusto
tributo a Reem Hassan, donna-coraggio dell’esercito regolare siriano, impegnata
nella guerra contro i terroristi dell’Isis che hanno approfittato della
destabilizzazione politica del paese, alle prese con una guerra civile dal
2011, per espandere il loro dominio del terrore sul territorio.
Reem Hassan era siriana, era un
soldato; si era arruolata nell’esercito siriano per difendere la sua Patria e
la sua gente armi in pugno. Una splendida giovane. Invece di fuggire aveva
preferito restare ed affrontare il nemico. Aveva dunque chiuso in un cassetto
la sua laurea in letteratura, il suo master in inglese, i suoi quadri e la sua
esperienza come presentatrice nella televisione siriana ed era andata a
combattere; dimostrando coraggio e determinazione al punto di meritarsi diverse
promozioni sul campo, fino a diventare Generale.
Un generale donna, rimasta uccisa
mentre guidava in battaglia la sua unità d’assalto a Ziyrah, sulla piana di Al
Gahb.
Ha sacrificato sogni, carriera e
femminilità nel sacro nome della Patria. A differenza di altre combattenti
donne che hanno come lei coraggiosamente imbracciato le armi per combattere l’Isis,
del generale Reem Hassan l’opinione pubblica occidentale ha quasi taciuto il
suo eroico sacrificio dato che era “arruolata nelle file non politicamente
corretto”.
Noi invece diciamo “Amore e
coraggio non sono soggetti a processo!” ONORE AL GENERALE REEM HASSAN caduta
per la Libertà, per la sua Patria e per il suo Popolo!
GRIDAVANO
“LIBERTA’ AI POPOLI” INVECE SCARAVENTARONO NELLE FOIBE QUELLA LIBERTA’!
NON POSSIAMO NON DOBBIAMO, NON VOGLIAMO DIMENTICARE I FRATELLI ITALIANI MASSACRATI DAI GENDARMI ROSSI!
In occasione del Giorno
del Ricordo in memoria dei martiri delle foibe, vogliamo pubblicare queste
testimonianze di due sopravvissuti miracolosamente alla furia dei criminali di
Tito. Racconti toccanti che fanno rabbrividire al solo pensiero di quello che i
fratelli italiani dovettero patire nelle terre dell’Istria e della Dalmazia,
terre che ancora chiedono giustizia che forse non avranno mai. All’orrore senza
fine degli “infoibamenti” continui e sistematici effettuati per lunghi periodi
anche dopo la fine del conflitto, si sommarono anche le violenze dei campi di
concentramento titini considerati a volte peggio di quelli nazisti (a detta di
chi ebbe la sfortuna di provarli entrambi), poi i tribunali di piazza ai danni
degli italiani gettati in mezzo a folle impazzite, fino ad arrivare
all’esproprio forzato di terre e di case che portarono al triste esodo di
350.000 italiani circa. Non si fecero distinzioni, vennero perseguitati ex
fascisti, partigiani, donne, bambini, anziani soprattutto insegnanti, medici e
pubblici funzionari e tutte le fasce che culturalmente potevano ricondurre a
qualsiasi forma di italianità. Il tutto con la consapevolezza dei partiti
nazionali dell’epoca che spesso furono anche accondiscendenti con i criminali
rossi.
Fu vera pulizia etnica ed
i suoi esecutori a volte anche “italiani” non vennero mai giudicati e
condannati, anzi hanno percepito anche la pensione di guerra erogata dall’ INPS
per le loro “eroiche gesta” (piccoli miracoli dello stato italiano).
Una triste pagina della
nostra storia taciuta colpevolmente e consapevolmente per troppo tempo,
contornata da un “depistaggio storico” che ancora oggi in alcuni tratti non
permette di fare piena luce su quel massacro ai danni di uomini, donne e
bambini che avevano la SOLA COLPA DI ESSERE ITALIANI!
Sonnino in Azione rende
Omaggio ai martiri delle foibe.
Lei aveva solo 19 anni
quando è stato sul punto di morire. Se la sente di raccontare la sua storia?
"Io non sono stato catturato, ma mi sono presentato direttamente al
comando slavo e non per consegnare le armi, perché ero già in borghese.
Rientrato con il mio reparto a Pola di notte, nessuno sapeva del mio ritorno,
tranne alcuni dei miei compagni. Non sarebbero riusciti mai a trovarmi, ma uno
dei miei sottufficiali, parlando con mia madre, disse che gli slavi li stavano
cercando dappertutto e chiese se potevo fare qualcosa. Capii che avevo il
dovere di presentarmi al comando slavo per dire che avevo mandato la
maggioranza dei miei uomini a Trieste. Solo così, forse, avrebbero smesso di
cercarli. Sono intervenuto solo per salvare qualche mio soldato". Ha
sortito qualche effetto questo gesto di grande coraggio? “Assolutamente no.
Però, ringraziando Iddio, mi sono salvato sia io che il mio amico presentatosi
con me. Lui, essendo stato considerato regnicolo, quindi abitante del Regno
d'Italia, era stato mandato in un campo di concentramento e per cercare di
mantenere buoni i contatti con l’Italia lo hanno considerato prigioniero di
guerra, mentre per quel che mi riguarda mi hanno considerato un traditore,
perché ufficiale”. Che sentimento è rimasto in lei dopo quella tragica storia?
“L'amaro in bocca, anche perché l'Italia ha fatto ben poco. Certo gli slavi
potevano ammazzarci in altro modo. Per quale motivo le foibe? Avevano forse
cercato di cancellare le loro tracce, nascondendo i corpi martoriati nelle
fenditure rocciose". E poi che è successo? "Ad un certo punto ci
hanno prelevati in sei e portati in un'altra stanza per torturarci tutta la
notte. Dopo mezz'ora non sentivo più nulla, avrebbero potuto anche tagliarmi a
pezzettini, ma non me ne sarei reso conto. Ormai il corpo non rispondeva più ai
riflessi, era inerme, e quando a un certo momento mi hanno ordinato di alzarmi
in piedi, ho cercato di guardarmi intorno: il mio volto era talmente tumefatto,
livido e gonfio che vedevo a malapena da due piccole e lunghe fessure degli
occhi, dovevo avere la testa rovinata. Ricordo di aver visto un mio compagno di
fronte a me, la cui schiena era completamente rossa e mi chiesi per quale
motivo lo avessero dipinto di quel colore, invece era tutto il sangue che stava
uscendo dalle innumerevoli ferite. Se lui era ridotto in quel modo, se gli
altri erano così, allora anch'io ero in quelle condizioni, ma non me ne rendevo
conto. E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due
ufficiali, un uomo e una donna, la quale disse che il più alto doveva stare
davanti alla fila. Nessuno si mosse, allora questo ufficiale mi prese per i
capelli, mi strattonò spingendone davanti a lei, la quale senza dire una parola
mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola. Mi misero alla
testa della fila perché ero ufficiale, gli altri erano dietro, ma l'ultimo non
ce la faceva a stare in piedi. Forse perché lo avevano massacrato più degli
altri, forse perché più debole, non so. Sin dal primo momento di prigionia ci
avevano legato le mani dietro la schiena col fil di ferro, per non slegarcele
mai più, neanche durante le torture. Si può facilmente immaginare come quei
maledetti fili taglienti avessero solcato la carne dei polsi e come
continuavano a incidere sulle ferite al minimo movimento. Poi ci misero in fila
e ci portarono fuori seminudi, senza scarpe: forse il fresco della notte ha
fatto in modo che capissi qualcosa di più, in quanto la testa era completamente
imbambolata, il cervello funzionava relativamente. A quel punto altri soldati,
ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano
torturato. Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda d'accordo con
loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi. Ci
hanno disposti in fila l'uno dietro all'altro, sempre con le mani dietro la
schiena e ulteriormente legati insieme tramite un filo di ferro che scorreva
sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta, fino ad
arrivare all'ultimo che, non avendo la forza di stare in piedi, essendo svenuto
a terra, era stato legato non al braccio, ma intorno al collo. Ricordo di aver
sentito suggerire da due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto, di
legarlo attorno al collo. Sicuramente durante il tragitto l'ultimo è morto
soffocato dal filo che ci legava l'un l'altro. Abbiamo camminato per un
viottolo, non so per quanto tempo, ero distrutto e il fil di ferro che mi univa
ai compagni era una tortura. Appena riuscii a farlo scorrere leggermente lungo
il braccio, fino al polso, mi sembrò un sollievo; in quel momento sono
scivolato e caduto. Immediatamente mi è arrivata una botta con il calcio di una
mitragliatrice al rene destro. A causa di ciò ho subito tre operazioni al rene,
che da quel momento ha sempre prodotto calcoli". Quante altre conseguenze
ha avuto? "Tante. Non solo sono
stato leso in modo tale da essere sordo all'orecchio sinistro e al destro ci
sento per metà. Ma dal tragitto di trasferimento da Pola fino a Fianona me ne
hanno fatte di tutti i colori, mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi,
mi hanno sparato vicino alle orecchie, si divertivano tanto a vederci
sobbalzare. Mi hanno accompagnato verso un posto e ci hanno detto:
"Fermatevi. La liberazione è vicina". Dentro di me ho mandato un
pensiero al Cielo. Ho guardato dentro alla foiba, ma non vedevo niente, perché
era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro.
Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro urlaccio di guerra mi sono
buttato subito dentro come se questa foiba rappresentasse per me un'ancora di
salvezza. Dopo un volo di 15-20 metri, non lo so, sono piombato dentro l'acqua.
Venivo trascinato sempre più giù e mi dimenavo con tutta la poca forza rimasta
in corpo. Ad un certo momento, non so perché, sono riuscito a liberarmi una
mano. Ho immediatamente nuotato verso l'alto e ho toccato una zolla con
dell'erba, era in realtà una testa con dei capelli. L' ho afferrata e tirata in
modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire, ringraziando Iddio. Ho
salvato un fratello". Questa persona dov'è ora? "E’ andata in
Australia, e purtroppo è morta, però ha lasciato la sua testimonianza. Ha
lasciato l'Italia, non trovava lavoro, non trovava più pace. Ha sofferto per la
lontananza dalla sua terra e per la tortura subita".
DAI DIARI DI MAFALDA
CODAN VENNE ARRESTATA A TRIESTE DOVE SI ERA RIFUGIATA NEL MAGGIO DEL 1945.
Anche il padre e gli zii
della giovane donna, commercianti e possidenti, erano stati arrestati e
infoibati in Istria nell'autunno del 1943.
Il 7 maggio 1945 [...]
prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre
partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si
rallegrano dell'orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli.
Vestita come sono, senza poter più né entrare in casa né salutare la mamma,
devo seguirli. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi
fanno salire su una macchina.[...] Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla
piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano,
imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno
sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a
picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. [...] A Santa
Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel
settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie
torture per ricordarle il martirio della sua Norma. La signora, nonostante le
severe intimazioni, si rifiuta di uscire, la trascinano a forza sulla porta e,
appena mi vede in quelle condizioni, cade a terra svenuta. [...]
Siamo arrivati davanti a
casa mia. [...] Si raduna subito una folla scalmanata e urlante: il tribunale
del popolo. Stoinich tira fuori un foglio e comincia a leggere le accuse:
infondate, non vere, testimonianze false, imposte. Vedo i miei coloni e molte
persone aiutate e mantenute gratis da mio padre. Non posso credere ai miei
occhi, sono gli stessi che prima "veneravano" la mia famiglia e si
consideravano amici, ora sono qui per condannarmi e gridare "a morte".
Sono diventati tutti un gregge di pecore, fanno ciò che è stato loro imposto di
fare, ora seguono chi comanda, chi promette loro la spartizione delle terre dei
padroni. Non posso stare zitta, urlo anch'io, non posso puntare il dito contro
quelle bestie mostruose solamente perché ho le mani legate, li chiamo allora
per nome, li accuso della morte dei miei cari, dei furti commessi, dei soprusi,
dei debiti mai pagati... e da accusata
divento accusatrice. [...] Nell'ex dopolavoro mi attendono tre donne. Mi legano
a una colonna in mezzo alla sala, a sinistra e a destra mi mettono due bandiere
slave con la stella rossa e sopra la testa il ritratto di Tito. È un druze
grande e grosso che dà il via al pestaggio. Con tutta la sua forza comincia a
percuotermi con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che noti riesco
più a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di fissare negli
occhi chi mi picchiava. Le sevizie continuano, le donne mi colpiscono con
grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci
riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta
le palpebre gonfie, ferite e chiuse: "Apri gli occhi che te li levo"
mi grida. [...] Più tardi mi fanno fare il giro del paese legata a una catena
come un orso, mi segue un codazzo di bambini divertiti. [...] Arriva un carro,
mi fanno salire, fanno correre il cavallo e io devo stare in piedi. Le continue
scosse mi fanno cadere e, ogni volta, un colpo di mitra mi rialza. In quelle
condizioni giro diversi paesi. [...] A Parenzo mi portano nel piazzale del
Castello, ora caserma, dove sono radunati gli uomini. [...] Quello che si
scaglia furibondo contro di me è Ziri, un mio ex colono che ha avuto tanto bene
da mio padre. Dice di essere felicissimo di vedermi in quelle condizioni e
spera che tutta la famiglia sia distrutta per essere lui il padrone dei nostri
campi.
[Nel castello di Pisino]
Tutte le notti, un partigiano dalla faccia cupa e torva, entra nelle celle ed
esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul
foglio i nomi, gli occhi di tutti sono attaccati alla sua bocca e un brivido
improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo [il fratello
diciassettenne, detenuto e torturato nel medesimo carcere] e degli altri suoi
compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. [...]
Una notte la porta si apre e subito mi assale il terrore, questa volta sul
foglio c'è anche il mio nome. [...] Io vengo legata braccio a braccio con una
giovane incinta. Ci conducono sullo spiazzo del castello dove ci attendono due
camion già pieni di prigionieri, con i motori accesi. Ci caricano sul secondo,
chiudono le sponde e vien dato l'ordine di partire. In quell'istante arriva di
corsa un ufficiale con un foglio in mano e grida: "Alt! Mafalda Codan
giù". Mi sento mancare, tremo tutta […]. Il capo mi prende per un braccio,
mi accompagna in una casetta di fronte al carcere, mi getta in una stanza buia
e mi chiude dentro. [...] Al mattino gli aguzzini tornano felici di aver ucciso
tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova
"residenza" e mi chiede: "Quanti anni aveva tuo fratello? Non
voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare"
[…].
Una mattina un druze mi
accompagna al Comando. Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due
uomini dall'apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l'uniforme, l'altro
è in borghese. "Hai visite" mi dicono, aprono una porta ed entrano
quattro donne scalmanate. "Come? E' ancora viva?" chiedono
arrabbiate. "Perché non è "partita" con gli altri? ".
Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo proibiscono. Mi
accusano di cose inaudite e allora urlo anch'io e, anche questa volta, da
accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle
forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa
mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il
calvario della mia famiglia iniziato con l'occupazione slavo-comunista del
settembre 1943. Ho annotato tutto nei minimi particolari, ore, giorno, mese,
avvenimenti, parole dette, tutto [...] e completato con fotografie, documenti
importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non
si possono negare, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora
racconto ai giudici tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho
vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di
essere innocente, non ho paura di nessuno. [...] Da quell'istante la mia vita
cambia. I due capi hanno capito che non ho fatto niente di male. [...]
Riacquisto subito la semilibertà, giro da sola senza la scorta di guardie
armate e divento la donna di servizio della moglie di Milenko, uno dei capi. È
un giovane dalmata, laureato in legge, parla abbastanza bene l'italiano e il
francese ed è molto umano. [...] Mangio con loro e, alla sera, ritorno in
prigione. Mi trattano umanamente, ma tra noi rimane pur sempre uri rapporto
schiavo-padrone. [...] Potrei scappare ogni giorno, ma i miei principi e la
parola d'onore data, mi impediscono di farlo. Per nessuna cosa al mondo
tradirci la fiducia delle persone che hanno creduto in me. E intanto, pian
piano, il grigio sconforto che mi aveva colmato il cuore e la mente negli
ultimi mesi, comincia a dissiparsi.