GRIDAVANO
“LIBERTA’ AI POPOLI” INVECE SCARAVENTARONO NELLE FOIBE QUELLA LIBERTA’!
NON POSSIAMO NON DOBBIAMO, NON VOGLIAMO DIMENTICARE I FRATELLI ITALIANI MASSACRATI DAI GENDARMI ROSSI!
In occasione del Giorno
del Ricordo in memoria dei martiri delle foibe, vogliamo pubblicare queste
testimonianze di due sopravvissuti miracolosamente alla furia dei criminali di
Tito. Racconti toccanti che fanno rabbrividire al solo pensiero di quello che i
fratelli italiani dovettero patire nelle terre dell’Istria e della Dalmazia,
terre che ancora chiedono giustizia che forse non avranno mai. All’orrore senza
fine degli “infoibamenti” continui e sistematici effettuati per lunghi periodi
anche dopo la fine del conflitto, si sommarono anche le violenze dei campi di
concentramento titini considerati a volte peggio di quelli nazisti (a detta di
chi ebbe la sfortuna di provarli entrambi), poi i tribunali di piazza ai danni
degli italiani gettati in mezzo a folle impazzite, fino ad arrivare
all’esproprio forzato di terre e di case che portarono al triste esodo di
350.000 italiani circa. Non si fecero distinzioni, vennero perseguitati ex
fascisti, partigiani, donne, bambini, anziani soprattutto insegnanti, medici e
pubblici funzionari e tutte le fasce che culturalmente potevano ricondurre a
qualsiasi forma di italianità. Il tutto con la consapevolezza dei partiti
nazionali dell’epoca che spesso furono anche accondiscendenti con i criminali
rossi.
Fu vera pulizia etnica ed
i suoi esecutori a volte anche “italiani” non vennero mai giudicati e
condannati, anzi hanno percepito anche la pensione di guerra erogata dall’ INPS
per le loro “eroiche gesta” (piccoli miracoli dello stato italiano).
Una triste pagina della
nostra storia taciuta colpevolmente e consapevolmente per troppo tempo,
contornata da un “depistaggio storico” che ancora oggi in alcuni tratti non
permette di fare piena luce su quel massacro ai danni di uomini, donne e
bambini che avevano la SOLA COLPA DI ESSERE ITALIANI!
Sonnino in Azione rende
Omaggio ai martiri delle foibe.
NOI NON DIMENTICHIAMO!
NON POSSIAMO!
NON VOGLIAMO!
NON DOBBIAMO DIMENTICARE!
TESTIMONIANZA DELL’ALLORA
TENENTE GRAZIANO UDOVISI (miracolosamente sopravvissuto).
Lei aveva solo 19 anni
quando è stato sul punto di morire. Se la sente di raccontare la sua storia?
"Io non sono stato catturato, ma mi sono presentato direttamente al
comando slavo e non per consegnare le armi, perché ero già in borghese.
Rientrato con il mio reparto a Pola di notte, nessuno sapeva del mio ritorno,
tranne alcuni dei miei compagni. Non sarebbero riusciti mai a trovarmi, ma uno
dei miei sottufficiali, parlando con mia madre, disse che gli slavi li stavano
cercando dappertutto e chiese se potevo fare qualcosa. Capii che avevo il
dovere di presentarmi al comando slavo per dire che avevo mandato la
maggioranza dei miei uomini a Trieste. Solo così, forse, avrebbero smesso di
cercarli. Sono intervenuto solo per salvare qualche mio soldato". Ha
sortito qualche effetto questo gesto di grande coraggio? “Assolutamente no.
Però, ringraziando Iddio, mi sono salvato sia io che il mio amico presentatosi
con me. Lui, essendo stato considerato regnicolo, quindi abitante del Regno
d'Italia, era stato mandato in un campo di concentramento e per cercare di
mantenere buoni i contatti con l’Italia lo hanno considerato prigioniero di
guerra, mentre per quel che mi riguarda mi hanno considerato un traditore,
perché ufficiale”. Che sentimento è rimasto in lei dopo quella tragica storia?
“L'amaro in bocca, anche perché l'Italia ha fatto ben poco. Certo gli slavi
potevano ammazzarci in altro modo. Per quale motivo le foibe? Avevano forse
cercato di cancellare le loro tracce, nascondendo i corpi martoriati nelle
fenditure rocciose". E poi che è successo? "Ad un certo punto ci
hanno prelevati in sei e portati in un'altra stanza per torturarci tutta la
notte. Dopo mezz'ora non sentivo più nulla, avrebbero potuto anche tagliarmi a
pezzettini, ma non me ne sarei reso conto. Ormai il corpo non rispondeva più ai
riflessi, era inerme, e quando a un certo momento mi hanno ordinato di alzarmi
in piedi, ho cercato di guardarmi intorno: il mio volto era talmente tumefatto,
livido e gonfio che vedevo a malapena da due piccole e lunghe fessure degli
occhi, dovevo avere la testa rovinata. Ricordo di aver visto un mio compagno di
fronte a me, la cui schiena era completamente rossa e mi chiesi per quale
motivo lo avessero dipinto di quel colore, invece era tutto il sangue che stava
uscendo dalle innumerevoli ferite. Se lui era ridotto in quel modo, se gli
altri erano così, allora anch'io ero in quelle condizioni, ma non me ne rendevo
conto. E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due
ufficiali, un uomo e una donna, la quale disse che il più alto doveva stare
davanti alla fila. Nessuno si mosse, allora questo ufficiale mi prese per i
capelli, mi strattonò spingendone davanti a lei, la quale senza dire una parola
mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola. Mi misero alla
testa della fila perché ero ufficiale, gli altri erano dietro, ma l'ultimo non
ce la faceva a stare in piedi. Forse perché lo avevano massacrato più degli
altri, forse perché più debole, non so. Sin dal primo momento di prigionia ci
avevano legato le mani dietro la schiena col fil di ferro, per non slegarcele
mai più, neanche durante le torture. Si può facilmente immaginare come quei
maledetti fili taglienti avessero solcato la carne dei polsi e come
continuavano a incidere sulle ferite al minimo movimento. Poi ci misero in fila
e ci portarono fuori seminudi, senza scarpe: forse il fresco della notte ha
fatto in modo che capissi qualcosa di più, in quanto la testa era completamente
imbambolata, il cervello funzionava relativamente. A quel punto altri soldati,
ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano
torturato. Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda d'accordo con
loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi. Ci
hanno disposti in fila l'uno dietro all'altro, sempre con le mani dietro la
schiena e ulteriormente legati insieme tramite un filo di ferro che scorreva
sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta, fino ad
arrivare all'ultimo che, non avendo la forza di stare in piedi, essendo svenuto
a terra, era stato legato non al braccio, ma intorno al collo. Ricordo di aver
sentito suggerire da due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto, di
legarlo attorno al collo. Sicuramente durante il tragitto l'ultimo è morto
soffocato dal filo che ci legava l'un l'altro. Abbiamo camminato per un
viottolo, non so per quanto tempo, ero distrutto e il fil di ferro che mi univa
ai compagni era una tortura. Appena riuscii a farlo scorrere leggermente lungo
il braccio, fino al polso, mi sembrò un sollievo; in quel momento sono
scivolato e caduto. Immediatamente mi è arrivata una botta con il calcio di una
mitragliatrice al rene destro. A causa di ciò ho subito tre operazioni al rene,
che da quel momento ha sempre prodotto calcoli". Quante altre conseguenze
ha avuto? "Tante. Non solo sono
stato leso in modo tale da essere sordo all'orecchio sinistro e al destro ci
sento per metà. Ma dal tragitto di trasferimento da Pola fino a Fianona me ne
hanno fatte di tutti i colori, mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi,
mi hanno sparato vicino alle orecchie, si divertivano tanto a vederci
sobbalzare. Mi hanno accompagnato verso un posto e ci hanno detto:
"Fermatevi. La liberazione è vicina". Dentro di me ho mandato un
pensiero al Cielo. Ho guardato dentro alla foiba, ma non vedevo niente, perché
era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro.
Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro urlaccio di guerra mi sono
buttato subito dentro come se questa foiba rappresentasse per me un'ancora di
salvezza. Dopo un volo di 15-20 metri, non lo so, sono piombato dentro l'acqua.
Venivo trascinato sempre più giù e mi dimenavo con tutta la poca forza rimasta
in corpo. Ad un certo momento, non so perché, sono riuscito a liberarmi una
mano. Ho immediatamente nuotato verso l'alto e ho toccato una zolla con
dell'erba, era in realtà una testa con dei capelli. L' ho afferrata e tirata in
modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire, ringraziando Iddio. Ho
salvato un fratello". Questa persona dov'è ora? "E’ andata in
Australia, e purtroppo è morta, però ha lasciato la sua testimonianza. Ha
lasciato l'Italia, non trovava lavoro, non trovava più pace. Ha sofferto per la
lontananza dalla sua terra e per la tortura subita".
DAI DIARI DI MAFALDA
CODAN VENNE ARRESTATA A TRIESTE DOVE SI ERA RIFUGIATA NEL MAGGIO DEL 1945.
Anche il padre e gli zii
della giovane donna, commercianti e possidenti, erano stati arrestati e
infoibati in Istria nell'autunno del 1943.
Il 7 maggio 1945 [...]
prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre
partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si
rallegrano dell'orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli.
Vestita come sono, senza poter più né entrare in casa né salutare la mamma,
devo seguirli. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi
fanno salire su una macchina.[...] Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla
piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano,
imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno
sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a
picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. [...] A Santa
Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel
settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie
torture per ricordarle il martirio della sua Norma. La signora, nonostante le
severe intimazioni, si rifiuta di uscire, la trascinano a forza sulla porta e,
appena mi vede in quelle condizioni, cade a terra svenuta. [...]
Siamo arrivati davanti a
casa mia. [...] Si raduna subito una folla scalmanata e urlante: il tribunale
del popolo. Stoinich tira fuori un foglio e comincia a leggere le accuse:
infondate, non vere, testimonianze false, imposte. Vedo i miei coloni e molte
persone aiutate e mantenute gratis da mio padre. Non posso credere ai miei
occhi, sono gli stessi che prima "veneravano" la mia famiglia e si
consideravano amici, ora sono qui per condannarmi e gridare "a morte".
Sono diventati tutti un gregge di pecore, fanno ciò che è stato loro imposto di
fare, ora seguono chi comanda, chi promette loro la spartizione delle terre dei
padroni. Non posso stare zitta, urlo anch'io, non posso puntare il dito contro
quelle bestie mostruose solamente perché ho le mani legate, li chiamo allora
per nome, li accuso della morte dei miei cari, dei furti commessi, dei soprusi,
dei debiti mai pagati... e da accusata
divento accusatrice. [...] Nell'ex dopolavoro mi attendono tre donne. Mi legano
a una colonna in mezzo alla sala, a sinistra e a destra mi mettono due bandiere
slave con la stella rossa e sopra la testa il ritratto di Tito. È un druze
grande e grosso che dà il via al pestaggio. Con tutta la sua forza comincia a
percuotermi con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che noti riesco
più a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di fissare negli
occhi chi mi picchiava. Le sevizie continuano, le donne mi colpiscono con
grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci
riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta
le palpebre gonfie, ferite e chiuse: "Apri gli occhi che te li levo"
mi grida. [...] Più tardi mi fanno fare il giro del paese legata a una catena
come un orso, mi segue un codazzo di bambini divertiti. [...] Arriva un carro,
mi fanno salire, fanno correre il cavallo e io devo stare in piedi. Le continue
scosse mi fanno cadere e, ogni volta, un colpo di mitra mi rialza. In quelle
condizioni giro diversi paesi. [...] A Parenzo mi portano nel piazzale del
Castello, ora caserma, dove sono radunati gli uomini. [...] Quello che si
scaglia furibondo contro di me è Ziri, un mio ex colono che ha avuto tanto bene
da mio padre. Dice di essere felicissimo di vedermi in quelle condizioni e
spera che tutta la famiglia sia distrutta per essere lui il padrone dei nostri
campi.
[Nel castello di Pisino]
Tutte le notti, un partigiano dalla faccia cupa e torva, entra nelle celle ed
esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul
foglio i nomi, gli occhi di tutti sono attaccati alla sua bocca e un brivido
improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo [il fratello
diciassettenne, detenuto e torturato nel medesimo carcere] e degli altri suoi
compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. [...]
Una notte la porta si apre e subito mi assale il terrore, questa volta sul
foglio c'è anche il mio nome. [...] Io vengo legata braccio a braccio con una
giovane incinta. Ci conducono sullo spiazzo del castello dove ci attendono due
camion già pieni di prigionieri, con i motori accesi. Ci caricano sul secondo,
chiudono le sponde e vien dato l'ordine di partire. In quell'istante arriva di
corsa un ufficiale con un foglio in mano e grida: "Alt! Mafalda Codan
giù". Mi sento mancare, tremo tutta […]. Il capo mi prende per un braccio,
mi accompagna in una casetta di fronte al carcere, mi getta in una stanza buia
e mi chiude dentro. [...] Al mattino gli aguzzini tornano felici di aver ucciso
tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova
"residenza" e mi chiede: "Quanti anni aveva tuo fratello? Non
voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare"
[…].
Una mattina un druze mi
accompagna al Comando. Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due
uomini dall'apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l'uniforme, l'altro
è in borghese. "Hai visite" mi dicono, aprono una porta ed entrano
quattro donne scalmanate. "Come? E' ancora viva?" chiedono
arrabbiate. "Perché non è "partita" con gli altri? ".
Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo proibiscono. Mi
accusano di cose inaudite e allora urlo anch'io e, anche questa volta, da
accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle
forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa
mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il
calvario della mia famiglia iniziato con l'occupazione slavo-comunista del
settembre 1943. Ho annotato tutto nei minimi particolari, ore, giorno, mese,
avvenimenti, parole dette, tutto [...] e completato con fotografie, documenti
importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non
si possono negare, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora
racconto ai giudici tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho
vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di
essere innocente, non ho paura di nessuno. [...] Da quell'istante la mia vita
cambia. I due capi hanno capito che non ho fatto niente di male. [...]
Riacquisto subito la semilibertà, giro da sola senza la scorta di guardie
armate e divento la donna di servizio della moglie di Milenko, uno dei capi. È
un giovane dalmata, laureato in legge, parla abbastanza bene l'italiano e il
francese ed è molto umano. [...] Mangio con loro e, alla sera, ritorno in
prigione. Mi trattano umanamente, ma tra noi rimane pur sempre uri rapporto
schiavo-padrone. [...] Potrei scappare ogni giorno, ma i miei principi e la
parola d'onore data, mi impediscono di farlo. Per nessuna cosa al mondo
tradirci la fiducia delle persone che hanno creduto in me. E intanto, pian
piano, il grigio sconforto che mi aveva colmato il cuore e la mente negli
ultimi mesi, comincia a dissiparsi.
-SONNINO IN AZIONE-